Districarsi nel variegato mondo delle licenze software significa avere a che fare con una serie di terminologie e doppi sensi legali da far quasi perdere la voglia di scrivere dei nuovi programmi. Forse da questo punto di vista la
WTFPL (Do What The Fuck You Want To Public License) è sì una licenza paradossale e con qualche francesismo di troppo, ma rappresenta in modo emblematico lo stato d'animo di molti programmatori alle prese con la scelta della licenza più appropriata.
Ne è consapevole lo stesso
Jeff Atwood, che nel suo
blog segnala come l'adozione di una licenza sia una sorta di “male necessario” qualora si decida di rendere pubblica una propria opera. Non tanto per una maggiore tutela giuridica, poiché quella deriva dal
diritto d'autore, che a sua volta è regolamentato dalla
L. 633/1941, che prevede la nascita del diritto morale e patrimoniale con la creazione dell'opera stessa. In realtà la licenza appare in certi casi più una tutela dell'utente finale che dell'autore, giacché non dichiarare alcuna licenza non significa rinunciare al
copyright. E' invece vero il contrario: rilasciare del codice non licenziato può significare che l'autore può impedirne l'utilizzo in qualsiasi momento. Per questo sviluppatori con una certa esperienza evitano di utilizzare prodotti su cui non si ha alcun diritto legale.
Tornando al tema di fondo, possiamo cominciare con la
Public Domain, che molti considerano una
non licenza in virtù del fatto che è ultrapermissiva, poiché l'autore mette a disposizione il proprio lavoro per essere utilizzato da chiunque nella maniera più assoluta. L'importante però è non confonderla con una licenza non dichiarata, infatti è necessario indicare esplicitamente che un software è di pubblico dominio perché lo si consideri tale.
Nel prossimo articolo parleremo più diffusamente delle licenze elencate nell'interessante articolo ”
Pick a License, Any License” di
Atwood.