Attraverso le interviste del documentario filmato di
Revolution OS, abbiamo cominciato a conoscere i volti e le gesta di quei personaggi storici come
Linus Torvalds,
Richard Stallman,
Bruce Perens,
Eric Raymond e
Michael Tiemann, che hanno cambiato il modo d'intendere il software. Sebbene il libro fosse edito nel 2003 e contenesse un approfondito glossario, che andava dalla “A” di Apache alla “Z” di Zope, il documentario era tutto incentrato sui primi anni '90, che coincidevano col “boom” della New Economy. A questo punto il sequel era d'obbligo, così è nato
Revolution OS II, definito
il primo film italiano sull'open source, che ha aggiornato la cronologia storica della “rivoluzione”, sempre attraverso le voci dei suoi protagonisti. Per fortuna l'utilizzo del due romano evita ogni fraintendimento col vecchio sistema operativo di casa IBM.
Il suo autore è
Arturo Di Corinto, giornalista e docente di
Comunicazione mediata dal Computer presso l'Università “La Sapienza” di Roma e da sempre interessato alla cultura informatica, come dimostra il libro ”
Hacktivism. La libertà nella maglie della rete” e la fondazione di diverse associazioni come
Telematics Freedom Foundation,
Free Hardware Foundation,
MegaChip e
Il Secolo della Rete.
Sebbene i termini “Free Software” e “Open Source” vengano spesso usati come sinonimi, nel documentario vengono spiegate bene le differenze tra questi due movimenti. Ed anche se entrambi si battono contro il modello del software proprietario o
closed, che non concede alcuna libertà, le aziende tendono a preferire il modello open source, con un sistema di licenza
ad hoc piuttosto che alla rigida
GPL del Free Software.
Parlare della rivoluzione del software libero, focalizzando il tutto solo su due figure chiave come
Richard Stallman e
Linus Torvalds è un po' riduttivo per questo il capitolo intitolato
“La storia”, che non vuole essere un semplice excursus cronologico, ma un'estesa esposizione di tutte le correnti ideologiche/tecnologiche, che dagli anni Settanta ai primi anni Novanta hanno creato quel
brodo primordiale, da cui ha tratto linfa il sistema operativo GNU/Linux ed il movimento del free software. Personalmente avrei preferito qualcosa di più esteso e meno spezzettato, ma forse rispettare una certa sequenzialità temporale avrebbe reso il tutto troppo prolisso e meno agile per la lettura di un libro introduttivo come questo. Comunque il capitolo può essere molto utile a chi non conosce affatto la storia dell'informatica moderna, mentre per tutti gli altri può essere una gradevole rilettura rielaborata secondo molte esperienze di casa nostra.
Il capitolo successivo, intitolato
“La tutela del software: storia di un orientamento giuridico”, è firmato da
Antonella Beccaria e tratta la tematica sempre calda del diritto d'autore e del brevetto nell'informatica dal punto di vista della legislazione italiana. E' un capitolo denso di riferimenti a specifici decreti legge ed articoli del codice civile fondamentali per capire, non solo come muoversi nel panorama giuridico italiano, ma anche come rapportarsi con una realtà statunitense da cui sono state prese alcune norme e non altre. Esso è ricco di spunti interessanti.
Ad
Angelo Raffaele Meo, docente del
Politecnico di Torino ed attuale Presidente dell'
Accademia delle Scienze di Torino, bastano poche pagine del capitolo:
”Software Libero: un'opportunità per il Paese” per tracciare un quadro pessimistico dell'attuale condizione economica italiana. Le soluzioni sembrano alla portata di tutti a cominciare dalle Pubbliche Amministrazioni, che troppo spesso sperperano il denaro dei contribuenti per prodotti commerciali ampiamente surrogabili da quelli open source.
Il capitolo
”Free software as a Common” di
Arturo Di Corinto ci spiega come il software libero sia un vero e proprio bene comune, che favorisce la cooperazione tra i soggetti interessati al suo utilizzo. Questo capitolo diventa fondamentale per capire l'idea di reciprocità che sta dietro al modello di sviluppo del software libero, che viene ben sintetizzato dal termine:
”Economia del dono”.
Nel capitolo
”L'economia del software”,
Vittorio Strampelli ci spiega le differenze di orientamento dei clienti e delle software house sia in un mercato informatico in regime di monopolio (solo software
closed) che in uno differenziato (
closed e open). Se le funzioni matematiche usate per schematizzare diversi concetti di utilità economica e margine di profitto possono inizialmente distrarre il lettore, la chiarezza espositiva del testo non lascia adito ad alcun dubbio.
Il capitolo più corposo è sicuramente il sesto intitolato
“Oekonux e il modello del Free Software” nel quale un attivista e critico della Rete come
Geert Lovink, ci parla del progetto
Oekonux, che attraverso una mailing list in lingua tedesca (anche se ne esistono di simili in inglese) vuole teorizzare il concetto di società GPL. Il software libero non è solo uno strumento, ma anche una metafora e quindi un artefatto sociale e culturale. Il progetto risulta ambizioso ed interessante, ma questa forte ideologizzazione può far tornare indietro ai tempi in cui personaggi, che fondamentalmente stavano dalla stessa parte della barricata, litigavano sulle terminologie da adottare. L'esempio classico è il Free Software contro l'Open Source, ovvero
Stallman contro
Torvalds. E' anche vero che al progetto, il cui nome deriva dall'incrocio delle parole “economia” e “Linux”, interessa soprattutto innescare una riflessione sul software libero dal punto di vista delle scienze sociali. Per citare
Lovink:
“Oekonux è uno spazio di dibattito platonico quasi perfetto, condotto da tedeschi autodisciplinati che molti amministratori di lista potrebbero solo sognarsi”, ed infatti leggo stupito che la mailing non viene colpita né da
troll né da spam.
Infine ci sono tre interviste ad altrettanti personaggi famosi:
Stallman da sempre considerato l'ultimo degli hacker,
Gilberto Gil, musicista e Ministro della cultura brasiliano, e
Bruce Perens il primo a definire il concetto di Open Source. L'ultimo capitolo indica, in ordine cronologico, le tappe significative del software libero, partendo dal 1999 con la nascita della fondazione Apache, fino all'affermarsi di Google nel 2004.
Questa linea temporale viene mantenuta anche nel documentario (di 55 minuti) per inframmezzare i tanti interventi dell'onnipresente
Stallman, del programmatore di
Debian Benjamin “Mako” Hill, del marketing manager di
Novell Giuseppe Gigante, del presidente dell'Istituto brasiliano per la tecnologia dell'informazione
Sergio Amadeu da Silveira e di
Diego Saravia, uno dei più importanti riferimenti del software libero in Argentina. Il video è molto dinamico, per cui non vedrete l'intero intervento di ogni personaggio citato, ma concetti brevi e montati in modo da costruire un discorso unico a più voci. Sebbene molte delle videate di repertorio sono rappresentate dai classici
dump memory e codice Assembly (anche sfocati), che fanno tanto hacker, ad un certo punto quando
Stallman dice:
“questo è il codice sorgente del programma” viene fatta vedere una
PGP Signature. Ma è un peccato veniale, diciamo che il montatore si è perso il
sync audio con quello video. Un aspetto molto positivo del DVD è che non ha inutili effetti hollywoodiani, ma un semplice menu con due opzioni: “Revolution OS II” e “Specials”.
Infine c'è uno speciale di 20 minuti, nel quale
Arturo Di Corinto, il Senatore dei Verdi-Ulivo
Fiorello Cortiana,
Maurizio Mazzoneschi dell'azienda
Lynx, il programmatore
Jaromil,
Francesco Nasti dell'
Associazione Pro-digi e
Paolo Zocchi, presidente e fondatore dell'
Associazione Unarete, parlano della loro esperienza professionale ed umana con il software libero. Tra i contributi più interessanti, segnalo quella del già citato
Jaromil.