L’uso dei
CAPTCHA, famigerati test visivi per determinare se l’utente di un servizio web sia un umano o un
bot, pone svariati problemi. Innanzitutto, come tutti i mezzi utilizzati per limitare i danni di spammer e altri soggetti malintenzionati, devono sempre evolvere e raffinarsi, rincorrendo le sempre crescenti capacità tecnologiche dei proprio avversari.
Ma un altro aspetto determinante, e se ne è parlato anche in
un articolo sul nostro sito, è
relativo all’accessibilità. Se anche per un utente “medio” la decifrazione di quel riquadro di grafica confusa può essere molto difficile (o in alcuni casi quasi impossibile), allora
il test rischia di ostacolare irrimediabilmente utenti con una qualche disabilità visiva.
Difficoltà analoghe compromettono anche altre soluzioni, come ad esempio l’inserimento di piccoli puzzle logici, i quali potrebbero costituire un problema per utenti con deficit cognitivi, o di riconoscimenti uditivi, che richiederebbero oltre a un buon udito anche condizioni ambientali adatte all’ascolto.
Già il
W3C aveva espresso questi dubbi nel 2005 in un
proprio report. Una soluzione alternativa è stata proposta recentemente da
Vidoops: il sistema presenta una finestra, pop-up o di altro tipo, con piccole foto di certi soggetti (persone, automobili, animali, ecc.), e a ogni foto viene associata una lettera.
All’utente viene chiesto di inserire le lettere associate ad una certa sequenza di foto a seconda del loro tema; ad esempio “inserite in ordine le lettere per case, barche, computer, gatti”. Possiamo vederne un esempio in un
articolo pubblicato su Read Write Web, nel quale si avanza tuttavia anche una perplessità.
Per
Vidoops questo tipo di
CAPTCHA consentirebbe infatti un interessante sviluppo commerciale:
all’interno delle immagini utilizzate per il test si potrebbero inserire loghi e claim di certe compagnie, e quindi per poter usufruire dei servizi potremmo essere obbligati a concentrarci su foto pubblicitarie.
La maggiore accessibilità — sempre che questo ambizioso obiettivo sia stato effettivamente raggiunto — non potrebbe essere stata quindi ottenuta - si chiede
Marshall Kirkpatrick, autore dell’articolo - a discapito del diritto dell’utente di ignorare la pubblicità?