Le ultime due sezioni di questa
storia delle migrazioni,
Pagetable la dedica ad Amiga e PalmOS. Nel primo caso abbiamo il passaggio dal processore 68k al PowerPC, una transizione resa difficile in forma ufficiale per via dei brevetti di terze parti, e che quindi fu inizialmente realizzata grazie a un'estensione del
binary loader, che rilevava il codice PowerPC, ma non lo eseguiva se la piattaforma era differente. Quindi, le chiamate di sistema avvenivano tramite una
thunking library in direzione del vecchio sul 68k.
Uno dei problemi maggiori della piattaforma Amiga, quando il PC con le sue schede espandibili iniziò a diffondersi, fu proprio quello di aggiornare i componenti, che in alcuni casi erano molto più sviluppati rispetto a quelli del PC, ma non potevano essere facilmente modificati. Ancora oggi si sta lavorando per portare il sistema operativo su piattaforma PowerPC attraverso AmigaOS 4, e anche qui esiste un problema di compatibilità all'indietro, verso un sistema nato e vissuto parecchio tempo fa.
Anche
Palm OS ha avuto la sua
Grande Migrazione, dall'onnipresente processore 68K all'architettura ARM nel 2002, in occasione del rilascio di Palm OS versione 5. In questa circostanza, per poter usare ancora le vecchia applicazioni fu distribuito un emulatore chiamato PACE (Palm Application Compatibility Environment; l'acronimo in inglese sta per
passo). Stranamente (o forse no), Palm non mise a disposizione strumenti per il passaggio alla nuova piattaforma, che fu sconsigliato dato che non avrebbe prodotto significative accelerazioni nelle prestazioni dei programmi.
Una parziale eccezione rispetto a questo strano stato di cose sono i cosiddetti
ARMlet o PNOlet, piccoli frammenti di codice verso che si potevano chiamare dall'interno di codice 68k, anche se l'operazione risultava un po' complessa da trattare data l'interfaccia minimale per il passaggio dei dati. Le forti limitazioni del codice ARM hanno fatto sì che gli sviluppatori siano rimasti fedeli al codice 68k: una migrazione silenziosa e indolore, come se si usasse un runtime come Java o .NET, il che in teoria permetterebbe di cambiare ancora l'architettura in modo indolore, anche se forse con qualche compromesso sulle prestazioni.