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L’ossessione dei CSS può essere controproducente?
Scritto da Fabio Lelli il 16-12-2011 ore 09:31
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La passione degli sviluppatori web per i CSS è fuori discussione. Usciti dall’epoca delle tabelle come mezzo universale per l’impaginazione, i fogli di stile hanno da subito accompagnato l’idea della completa separazione fra semantica e aspetto, un amore che potrebbe essere affiancato alla ricerca di codice JavaScript completamente unobtrusive. Ciononostante alcune prospettive sono cambiate negli ultimi anni, e anche un progetto di grande rigore come XHTML 2 ha dovuto cedere il passo alle reali esigenze di chi col Web ci lavora ogni giorno.

Nel suo intervento nel corso dell’incontro An Event Apart, Nicole Sullivan ha ripreso questi concetti in parte per riaffermare i principi generali dell’Object-Oriented CSS, e in parte per sfatare alcuni miti e pregiudizi propri della lunga frequentazione con i fondamenti più “classici” dei CSS. Siamo ad esempio abituati a considerare negativo tutto quel markup che nelle pagine HTML non ha un ruolo specificatamente semantico, ed è unicamente motivato da questioni stilistiche.

Ciononostante un codice estremamente semantico porta a costruire fogli di stile difficilmente riusabili e di complessità maggiore, che fanno un grande uso del cascading e che quindi possono facilmente introdurre una certa imprevedibilità. E l’esito è quello di aumentare le ore passate a stretto contatto con Firebug, aumentare la probabilità di doversi rifugiare nella direttiva !important, e nell’uso piuttosto disinvolto di numerose regole di padding: in alcuni siti se ne contano più di tremila, come ci riporta Luke Wroblewski. Sarebbe forse meglio cercare — secondo la Sullivan — un equilibrio fra gli elementi semantici e quelli introdotti per descrivere le strutture astratte, e possibilmente ripetibili e riusabili, che definiscono l’aspetto della pagina.
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